Il cattolicesimo sociale di Wilhelm von Ketteler
Nella storiografia del cattolicesimo contemporaneo il 1891 è stato preso come il punto d'inizio della cosidetta dottrina sociale della Chiesa. Peraltro giustamente, essendo l'anno di promulgazione della Rerum Novarum, la nota enciclica di Leone XIII che rappresenta un'indubbia svolta nel rapporto fra Chiesa e mondo moderno. In essa compaiono per la prima volta quei riferimenti ai problemi innescati dalle trasformazioni capitalistiche e dalla parallela crescita della questione operaia. Sul solco tracciato dalla Rerum Novarum si sarebbero poi mosse tutte le successive generazioni di riformisti cattolici italiani e non, incoraggiati nel superamento dell'anacronistico non expedit di Pio IX, e tuttavia attenti nel portare avanti una visione dello sviluppo sociale alternativo tanto al liberalismo quanto alle diverse declinazioni del socialismo. Fino ad arrivare alla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, che proprio nel centenario dell'enciclica leonina ha voluto aggiungere il proprio contributo all'edificio della dottrina sociale cattolica.
Tuttavia è abbastanza naturale supporre che riflessioni così importanti e decisive abbiano avuto un loro terreno di coltura, che ne ha permesso la maturazione in tempi certamente non così brevi come quelli, pur talvolta ragguardevoli, di un pontificato. Ci sono infatti singoli intellettuali, riviste, circoli culturali che si sono posti molto prima il problema del rapporto tra capitale e lavoro, tra profitti e salari, all'indomani del verificarsi degli effetti sociali della prima Rivoluzione industriale. Già monsignor Dionigi Tettamanzi, quando era arcivescovo di Genova, aveva dedicato un'interessante ricerca a Tommaso Reggio (1818-1901), suo illustre predecessore nella guida della Diocesi nonché giornalista brillante e impegnato in diverse rivendicazioni civili. Ma ad alimentare il dibattito ottocentesco sui temi della proprietà e della libertà individuale arrivavano in Italia anche libri e idee provenienti dalla Germania, allora inserita pienamente nei processi di industrializzazione. Ed erano più precisamente le idee di Wilhelm von Ketteler a destare il maggior interesse anche fra i non cattolici.
Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877) era nato a Münster e, dopo il sacerdozio, venne eletto alla sede vescovile di Magonza nel 1850 da papa Mastai. In un opuscolo del 1905, dedicato al presule tedesco, si ricorda come egli fosse conosciuto in città come l'autore di «sei belle conferenze sulla concezione cristiana della proprietà». Bersaglio preferito della critica era il “diritto assoluto di proprietà”, che il liberalismo considerava alla stregua di un dogma sociale. Per Ketteler invece «la dottrina del diritto assoluto di proprietà è un delitto continuo contro natura dacchè essa trova del tutto giusto rivolgere alla soddisfazione d'una insaziabile cupidità e d'una sensualità sfrenata ciò che Dio ha destinato al nutrimento e al vestimento di tutti gli uomini». C'è dunque un rischio morale connesso all'opulenza dei beni, rispetto al quale va considerato anche “l'abisso” opposto di un egualitarismo ingiustificato e opprimente. Ma Ketteler, specie dopo la pubblicazione de Il Cristianesimo e la questione operaia (1864), insiste di più sul tasto dell'equa distribuzione dei beni, sostenendo che «ogni membro dell'umana famiglia deve avere i mezzi di procurarsi ciò che ordinariamente è necessario alla vita. (…) Non dovrebbe alcuno nella società essere vestito di seta o panno fine, sin tanto che manchi un povero giubbone di lana a tanti infelici i quali patiscono il freddo».
Fa un certo effetto seguire questi ragionamenti di cento anni fa, specie in tempi in cui vengono a galla privilegi e sprechi della politica nazionale, che vanno a sommarsi al lungo elenco degli abusi commessi dalle categorie economicamente “forti” della società. È come se si dicesse che, prima di dare 274000 euro all'anno agli alti dirigenti pubblici (norma su cui ci si è accapigliati in Parlamento) bisogna prima accertarsi che a nessuno dei sessanta milioni di italiani manchi il necessario per una vita decorosa. E così via, con i profitti dei manager pubblici e privati che vengono tassati meno di quanto avvenga per un molto più comune conto corrente. Per continuare con i prezzi “liberi” dei generi di prima necessità, dell'acqua, del gas da riscaldamento, che tirano su un muro ben più solido di quello di Berlino fra chi ha il potere di formare il prezzo, ponendovi il ricarico desiderato, e chi non ha altro potere se non quello di astenersi dal consumo. C'è dunque molto da imparare dalle pagine di Ketteler che, sebbene ingiallite dal tempo, non appaiono ancora superate da certe dinamiche sociali che invece tendono a riproporsi con drammatica circolarità.

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