L'inizio dell'anno scolastico 2008-2009 verrà ricordato a lungo per i tanti malumori che ha creato. Sono passate poco più di due settimane dal comunicato del Collegio Docenti dell'Istituto Comprensivo “Fagnani”, in cui si richiedeva l'assegnazione di due insegnanti. Poi ci sono state le manifestazioni durante il primo giorno di scuola, per protestare contro i tagli del personale annunciati dal Ministero della Pubblica Istruzione. A queste sacrosante proteste mi permetto di aggiungere alcuni dati politici e storici, che sull'onda dell'attualità rischiano di passare in secondo piano. Il primo è macroscopico, dal momento che si tratta davvero di grandi numeri.

Sulla scuola il governo Berlusconi si è posto l'obiettivo di risparmiare otto miliardi di euro nell'arco del triennio 2009-2011; a garantire il grosso dei risparmi saranno i tagli di oltre 80000 docenti e 40000 addetti del personale Ata, con buona pace di chi spera nella stabilizzazione del proprio posto di lavoro. Per giustificare le misure che porteranno alla riduzione dei posti, in primis l'innalzamento del rapporto alunni/docenti, si invocano le statistiche internazionali che dipingono la scuola italiana come una fucina di somarelli con troppi docenti che tentano di insegnare qualcosa. A questi signori dei coefficienti bisognerebbe ricordare quella filastrocca di Trilussa sulla statistica, per cui c'è chi mangia due polli e chi zero, e la statistica dice che ciascuno ha mangiato un pollo. La realtà è ben diversa: già ci sono classi che sfiorano i 30 alunni, e con queste cifre diventa oggettivamente impossibile proporre una didattica di qualità o, come preferiscono i pedagogisti, una didattica personalizzata. Con un ulteriore aumento del numero di alunni per classe vanno a farsi benedire tutti i bei discorsi sul successo formativo, sulla prevenzione del disagio e così via. Ci sono altri settori della macchina statale che possono garantire consistenti risparmi, a cominciare dal taglio dei costi della politica, di cui si è tanto parlato nei mesi scorsi sulla scia di un libro amaramente vero come “La casta”.   

  

Il secondo dato è altrettanto sbalorditivo. Il testo della legge n. 133 del 6 agosto 2008, da cui dipendono tutti i provvedimenti attualmente oggetto di dure contestazioni (maestro unico, tagli degli organici ecc.) reca le firme del presidente del Consiglio Berlusconi e dei ministri Tremonti, Scajola, Brunetta, Sacconi e Calderoli. Domanda: e la Gelmini dov'era? Alla riunione dove si sono decise le cose più importanti lei non c'era. Ma adesso esegue ubbidiente quanto gli altri hanno deciso per il futuro della scuola italiana. Le hanno dato un'ascia in mano e lei taglia senza dubbi e senza paura. Con l'ex ministro Moratti, che pure di danni ne ha fatti parecchi, non si sarebbero mai azzardati a fare una mossa simile; non dimentichiamo che donna Letizia, prima di entrare in politica, è stata un manager di alto livello nonché presidente della Rai. Mariastella, invece, deve tutto a Berlusconi e quindi fa esattamente quello che le si dice. 

Il terzo dato riguarda il precariato scolastico. Il ministro Gelmini ha avuto parole sprezzanti per i precari, come quando ha detto:« mi spiace che la sinistra cerchi di aizzare i ragazzi del IX ciclo contro di me». Una scelta lessicale a dir poco incresciosa, quel verbo “aizzare”, che però chiarisce qual è il livello di considerazione del ministro per i laureati che si stanno preparando nelle scuole di specializzazione per l'insegnamento: lo stesso livello riservato ai cani. Come altri autorevoli esponenti dell'esecutivo, anche l'inquilina di viale Trastevere ha intonato la litania dei lasciti del precedente governo, omettendo un piccolo dettaglio: in un anno di governo Prodi sono stati assunti, solo fra i docenti, 50000 unità che sono esattamente il numero di docenti assunti dal centro-destra in tre anni. C'era anche un piano triennale di assunzioni per un totale di 150000 docenti, che salvaguardava la qualità della scuola e il diritto ad un lavoro finalmente sicuro. Un piano serio e oculato che risparmiava anche, ma con giudizio. Senza arrivare a tagliare nella carne viva di chi a scuola ci lavora o, peggio ancora, di chi ci va per costruire il proprio futuro e quello della nostra società.